mercoledì, 30 gennaio 2008 - 14:56

Sentite che aria, oggi. Che ti alzi,e  vorresti restare lì, a poltrire, a oziare, insomma. Ed esci, che è notte e ti perdi in questa stazione piena di ragazzi che venno a scuola, tipe che cantano in coro con un'auricolare a orecchio in due, etnie ed età diverse, facce perse e assonnate, gente incazzata e io. Metà viso nascosto in una sciarpa bordeaux e collant che escono dal giubbotto a strisce. Stessi percorsi, albeggia e sei a scuola. Occhiett furbi che ti scrutano nel percorso verso il cancelletto, quattro colleghe, la solita acida che manco ti saluta. La prossima volta le lascio un barattolo di bicarbonato da "utente anonimo" nel cassetto, con un messaggio: tiè, neutralizzati!!! La Nadia, invece, la collega del sostegno: una mamma. Ha quello sguardo, quella voce, sempre un sorriso e una parola affettuosa, incoraggia, comprende e pazienta. Ogni volta che la incontri è come un'abbraccio. E poi la collega di scienze, che la vedi stanca, e qualche volta assente, ma mai scostante, epoi scopri che  a casa ha un mucchio di problemi. E via dicendo, ogni tanto si scopre un pò di vissuto di ciscuno, i ragazzi torano a cheidere perchè non restrò l'anno prossimo, io glielo spiego ma tanto lo so che me lo richiederanno la settimana prossima. Certe ore volano, tra un paio di esercizi, uno schema e mille domande. Esci, di nuovo quella strana aria, fuori. Strati di nuvole dense tra te e il cielo, tra il tuo viso e il sole. pensieri in autobus.Mi rivedo scugnizza nelle tue parole, e ricordo me da piccola. Nei rari momenti in cui potevo esprimermi senza timore nè controllo. Cosa combinavo? Di tutti i colori, nel vero senso della parola. Tipo truccare tutte le facce che mi capitavano a tiro con un centinaio di ombretti, e travestirmi e fingermi una potente strega ed entrare inq ualche fiaba a fare sortilegi. I finesettimana, rigorosamente allo zoo o ai parchi giochi, a distribuire noccioline alle scimmie, carote ai canguri, erbette ai daini, pane ai cigni e tutto quello che il mio armamentario doviziosamente preparato potesse offrire a quelle bestie. A memoria, lo conoscevo. Se chiudo gli occhi ne sento ancora l'odore, mi rivedo con la faccia schiacciata contro la vetrina dei serpenti velenosi, vicino alla voliera, in estasi davanti alla signora pantera, che si faceva quella gabbia in su e in giù senza tregua, affacciata sulla vasca dell'orso bianco e dal basso sotto lo sguardo a pesce lesso della giraffa. Ora non riesco ad andare in questi posti, mi mettono tristezza. Animali rinchiusi e tristi, costretti in quattro metri. Allora non ci facevo caso, era una cosa fantastica averli lì tutti quanti a portata di mano, sentirsi tutt'uno con quel mondo dentro la città ma lontano mille miglia. Il leone portava il ruggito di una savana, per me. E un padre paziente al seguito, sguardo paziente e attento, permetteva tutto questo. Nei suoi occhi una montagna di saggezza e di sofferenza, e la speranza di vedermi felice.

che aria, oggi. Un cielo grigio, magari piove, e le temperature che più giù non si può. Ma no, io il sole lo vedo eccome. Scalda così tanto, e mi dà la carica. Grazie.

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...
martedì, 29 gennaio 2008 - 15:01

Ero tornata  a casa con l'adrenalina addosso. Da avere un leggero tremito alle mani. Ho fatto il primo laboratorio coi cuccioli, oggi. Ero tornata  a casa con l'entusiasmo, per quello che è successo oggi, sei microscopi, 23 faccini curiosi e un sacco di cose da manipolare, sperimentare. Col blu di metilene, il Lugol e il rosso neutro, patate e pmodori come ai vecchi tempi in lab. Con la luce negli occhi e il desiderio di postarlo qui, perchè anche la Grace da Milano, perchè anche Giampiero da giù, o che ne so da Pisa o dalla Sicilia o dalla Svizzera, partecipi conoscendo come vivo qui e cosa faccio, com'è andata oggi, visto che stiamo facendo il conto alla rovescia, per questa cosa qui. Col desiderio di raccontare e a Tere e ad Ale, a Manuel e a Gianp e a Francesco, a Sara a Giovanna e Anna, e a chi ha voglia di venire qui, chi non riceve i racconti dal vivo, quanto mi sono smazzata per preparare tutto e come li ho emozionati sopramisura, e come mi ha emozionato guardare un nucleo colorato di blu e le lorio facce meravigliate  e gli appunti, sui quadernetti, e la Samanta pure, che non tradisce mai alcuna emozione, il luccichio negli occhi. Questo, questo e non altro. L'ansia per una giornata e la scarica elettrica -post. Tutto qua, non gli ultimi gossip o a quanto viaggiano i battiti del mio cuore oggi, o quale sarà il destino del mondo, o se c'è vita su Marte. O la scoperta dell'elisir di lunga vita o la pietra filosofale. Quattro cazzate sulla mia mattinata e stop. Niente di che.

 Ero.

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lunedì, 28 gennaio 2008 - 16:25

Ma anche se non vi pare eh...E' che mi guardo ogni tanto allo specchio, e al di là dei tre capelli bianchi e al di là degli occhi e del resto, osservo quello che c'è dietro. con tutte le paure e tutto il vissuto, quello che soltanto io conosco. Ci siamo piegate, spalmate, frantumate, ridotte in polvere e ricomposte di altra materia, plasmate, per assumere divers forma, ridotte a figure equivalenti, in cui forma e colore erano diversi. Ci siamo trasformate in qualcosa che non eravamo, irriconoscibili anche a noi stesse. Camaleonte? L'identità è una cosa fragile, lo sforzo a tutti i costi di essere accettati lo si paga a caro prezzo, e qualche volta sono gli latri a pagarlo. La necessità di sopravvivere porta a dissolversi e a nsacondersi, ulteriore difesa da attacchi inesistenti. La difesa da quelli reali non era possibile. Ci si risostruisce. Mettendo in chiaro ciò che si è e ciò che si vuole. La Fenice rinasce dalle ceneri, io non voglio atteggiarmi a fenice enemmeno a fata, ognuno ha i suoi difetti, e chi non ne ha continui a scagliare pietre, beato lui...

Vorrei riposare le mie membra stenche e abbandonarmi, finalmente. Dormire quieta, il respiro regolare...Allentare lo stato di tensione sottile e costante e mettere a posto cassetti in disordine e zone minate, scalare pure queste montagne ma poi ritrovare il mare. Come ieri a Venezia, che guardandolo quasi mi veniva da piangere. Ma sono fiduciosa, finchè ci sarà il sole, e l'acqua, la vita in questo posto sarà possibile. E con la vita, il resto. Lascio che il sole entri dentro casa mia, insieme a tutta la poesia che porta, e quello che c'è oltre la siepe, lo si scoprirà strada facendo.

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domenica, 27 gennaio 2008 - 22:50

Una città oggi e nei prossimi giorni si veste di festa e colori. Fiumi di gente tra le calli e lungo la laguna, e in piazza poi, turisti, bambini, e abitanti locali, tutti mascherati. Ragazze dalla faccia dipinta per metà, vestiti pomposi, mostri che cercano di agguantarti, affascinanti marchesi dell'ottocento che ti fanno il baciamano. Un palco luccicante sotto una pioggia di lustrini dorati, quattro menestrelli con musica celtica e noi lì a danzare in mezzo ad una folla immobile. E poi di nuovo via a far foto con tutte le maschere, a infilarci in ogni vic' e vicariell..pardon calle, a mangiare sacher e scattare un'infinità di foto. Cadrà l'occhio del maestro fotografo, spero il suo giudizio sarà saranno clemente. Mi piace osservare le cose da varie prospettive, foto in  diagonale, di sorpresa, niente pose da dive, ma facce allegre e quando meno te l'aspetti il click. Otto tipe col rischio di perdersi ogni due minuti, e la smania di guardare e girare e un sacco di cose da raccontarsi, e progetti da condividere. Le ore si dilatano, il tempo scorre lasciandoti la possibilità di vivertelo e gustartelo, e al momento giusto cala il tramonto multicolor e il freddo della sera, che richiama tepore e un vin bruleé. E poi di corsa a casa a scongelarsi, in un treno zeppo di gente con occhi e videocamere piene di immagini colorate. Amanti addormentati, due giapponesi che si sono guardati per tutto il tempo negli occhi, lei in braccio a lui,  incuranti del povero tizio che cercava di stare comodo, con le ginocchia in gola. di fronte. E ci lanciava sguardi disperati. Un gelo nel treno, scongelate a casa, cena e via, verifica per domani pronta. Un'altra settimana si apre a voi, siorre e siorri. Bonne nuit.

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sabato, 26 gennaio 2008 - 17:50

 

 

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venerdì, 25 gennaio 2008 - 22:20

..questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'é una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran.
È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave".

Uno sguardo vago spazia stasera tra i cocci di vetro sparsi per queste strade senza luce, che non riescono a riflettere nulla, tra i cespugli di rose che un'estate fa mi distraevano, facendomi cadere in un fosso nel bel mezzo dei miei rilievi, si posa sulle rughe di una donna che mi è stata vicina e che alla mia esigenza di trovare una strada, è diventata sconosciuta, sul braccio del criceto che avrebbe bisogno di un ortopedico ma chi deve, non se ne cura. Si ferma sul compito di scienze della Giorgia, poi attraversa veloce occhi ciechi e orecchie sorde. Si prepara ad un'ultima giornata di combattimenti in classe e non,  e infine si chiude, stanco, conservando tutto il sole di questo pomeriggio, quello che è spuntato fuori e  ha deciso di mostrarsi, per un paio di orette, prima di tornare a riposare.

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venerdì, 25 gennaio 2008 - 11:35

I lupi mannari morti ritrovati sono esattamente tre. Per arrivare a questa conclusione bisogna però seguire un ragionamento logico che è abbastanza semplice da capire, ma piuttosto difficile da impostare senza avere nessun ulteriore aiuto. Cominciamo col supporre che ci sia un solo lupo mannaro in città, quest'ultimo, durante la prima notte di luna piena non vede in giro nessun altro lupo, in quanto appunto egli è l'unico. Dunque, dato che è a conoscenza della presenza di almeno un lupo, capisce che l'unico lupo è egli stesso, e quindi si ucciderebbe la prima notte. Questo però non succede, quindi dobbiamo scartare l'ipotesi che ci sia un solo lupo. Supponiamo allora che i lupi siano due. La prima notte di plenilunio, ognuno di essi vede esattamente un lupo mannaro (l'altro) pensando che ce ne sia uno soltanto, e quindi, per il ragionamento fatto in precedenza, pensa che questo si ucciderà nel corso della prima notte, ma ciò ovviamente non avviene. Pertanto la successiva notte di luna piena (la seconda) i due lupi si incontrano di nuovo ed entrambi capiscono quindi che ci deve essere un secondo lupo ma dato che ne vedono solo uno, capiscono di essere anch'essi dei lupi, e si ucciderebbero nella seconda notte. Dato che la seconda notte nessuno si è ucciso, dobbiamo supporre che i lupi siano tre. Allora ognuno di questi tre, sulla base di quanto detto fin qui, penserà che gli altri due si uccideranno la seconda notte, ma la terza notte li rivede ancora e quindi capisce che ce ne deve essere un terzo, e che quel terzo deve essere lui, e quindi si uccide. Il ragionamento può essere generalizzato e possiamo quindi dire che se ci fossero n lupi, questi si ucciderebbero dopo n notti di plenilunio.

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giovedì, 24 gennaio 2008 - 18:01

srotolo ancora un pò di pensieri. il tempo...passi tra il caffè e scuola, svolto l'angolo, il grande gingko. ancora lui, ormai senza quella pioggia di foglie gialle, i segni del tempo sono passati e le han tirate via, spogliato. Sapete, sono piante dioiche, vale a dire a sessi separati. le femmine di solito non si usano, chè i loro frutti hanno odore di pesce marcio. questo qui è palesemente un'imponente femmina, alta 10-15 metri, che allarga le sue braccia nude ed incurante dei nasi storti produce una quantità di frutti, in parte spiaccicati. Lui, resistente al tempo e alle avversità, ancora qui che osserva la situazione dall'alto. Io che penso al tempo infinitamente piccolo di un battito o di una parola, le ore che volano e il tempo cosmico, quello dell'universo, in cui io non sono che niente. un niente pensante e che prova emozioni e sentimenti, che si agita tra le strade di questa città, passa davanti ad un albero spoglio, con quattro foglie secche, e ci trova mimetizzati un pugno di uccellini, che veloci si spostano in coro sul successivo, e tornano a chiacchierare tra loro. un niente che osserva 25 faccini e i loro pensieri, mentre tentano di aprirsi e si dicono a bassa voce..dai, diciamoglielo. Un niente che cade e si rialza e trova il meglio nelle cose, o almeno ci prova. E intanto altre 5 ore son trascorse, e il viaggio continua, tra un paio di bus, due buste della spesa, frugare in borsa per trovare le chiavi e casa.

Eccolo lì che sguazza felice. Quanti giorni sono trascorsi da allora? infiniti. Un bambino che si trasforma in uomo, portando con sè tutti gli attimi, una valigia di ricordi. Di quelle con tutti gli adesivi attaccati su. Un gattino che sgattaiolando per le scale porta tra i denti una bistecca, un paio di penne al posto dei grissini e le corse attorno al tavolo. Le ore sui quaderni, con la testa appoggiata sulle mani, una matita tra le mani. La musica, note disegnate in b/n e le pile di spartiti in cortile. Le gite in montagna e le corse in motorino, le feste di Natale coi regali sotto l'albero e le vacanze, profumate di sole e di mare. tra le pieghe della memoria, le cose da conservare, quelle nascoste, le porticine semichiuse da custodire facendo la guardia fuori. Senza forzare. Passeggio tra i viali dei ricordi e i sensi si accendono, per ascoltare i dettagli e per respirare l'immenso. Osservo e non posso che incantarmi.

(...e io, qui, sono)

 

life

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giovedì, 24 gennaio 2008 - 11:39

Sono a scuola che cerco un pò di giochi matematici e tento di smorzare un'ondata di entusiasmo che m'è venuta stamattina in classe. Cercando e pescando nel mare del web ho trovato un pò di enigmi. qualcuno azzarda una soluzione?  (non cercatela in reteeeeeeeee!!!!!!!ARGH)

"Una piccola città, in qualche sperduto luogo della terra, è infestata dai lupi mannari, cioè ci sono alcune persone che durante le notti di luna piena si trasformano in lupi feroci. Si può quindi ragionevolmente pensare che almeno uno degli abitanti di questo strano luogo sia un lupo mannaro. Per fare fronte a questa situazione il sindaco della cittadina emette un'ordinanza, la quale prevede che ogni cittadino che sappia di essere un lupo mannaro, si debba uccidere appena lo scopre. Dato che gli abitanti del luogo sono tutti dei cittadini rispettosi delle leggi, si può dare per certo che effettivamente ogni abitante che scopra di essere un lupo mannaro si uccida. Purtroppo però, un lupo mannaro non si accorge di esserlo e quindi lo può solo capire dall'osservazione di quello che gli sta intorno. A questo punto occorre ricordare che durante tutte (e sole) le notti di plenilunio, ogni cittadino incontra tutti gli altri, e pertanto è in grado di vedere i lupi mannari anche se non può comunicare con loro. Dopo la terza notte di luna piena vengono ritrovati i cadaveri di alcuni lupi mannari. Voi dovete scoprire quanti sono i lupi ritrovati e soprattutto perché sono stati ritrovati soltanto dopo la terza notte, mentre nelle due precedenti non si è avuto alcun ritrovamento"

in bocca al lupo...mannaro eheheh!

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mercoledì, 23 gennaio 2008 - 15:02

Tra una pallosissima riunione e tre ore di consigli, un sonno pazzesco e un sole da andare a stendersi da qualche parte sul lago, un paio di minuti di pause con un pezzettino di uno dei film più belli che abbia visto.

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martedì, 22 gennaio 2008 - 22:06

E finisce che si fa psicologia spicciola, in classe, tra una cellula vegetale (con clorofille annesse, e da qui al carotene, e da qui ai fiori, alla futta) e somme e differenze di segmenti (con Davide che continua a non capire. Leggi: ascoltare). Che la Maddi ti scoppia in lecrime perchè Ceci e Cochi l'hanno abbandonata, e non dorme per il cruccio della scuola, e intanto Davide le fa il verso e Simone mi viene vicino, mentre parlo con loro, e non so perchè mi prende la mano. Li sento vicini, sti pulcini. Simone, poi, una volta mi fa disperare e la successiva mi dice le scienze a menadito (sì, come si diceva quando eravamo piccoli..menadito). E Marco, rosso di capelli e che quando gli fai una domanda abbassa lo sguardo e arrossisce, e tu ti dici, ho questi quattro pulcini tra le mani, e devo stare attenta, sono delicati, si distraggono ma sono fragili. E hai il compito di plasmarli, un pochino, e sai che in qualche modo lascerai il segno. Poi i più grandi, che ora hanno intuito vagamente che mi piacciono i dolci, e ogni tanto spuntano fuori coi biscotti, con le chiacchiere, con una fetta di crostata. Le mie scuole medie? Insegnanti troppo severe o distratte, un sacco di italiano (eh..e mò mi si chiama errata corrige, gli effetti ancora si fanno sentire), una matematica che mi stuzzicava non poco, e l'arte. L'arte. La mia passione più grande era disegnare, sperimentare con tempere, acquerelli, graffiti su cera, e china, e mosaici, stucco, insomma tutto quello che la fantasia poteva inventare e le tecniche permettere. Spremevo quella prof come un limone, e lei si inorgogliva perchè sapeva che qualche disegno decente sarebbe sempre uscito. Poi il chiaroscuro, e il disegno ornato alle superiori, che facevo per me  e per i miei (compagni). E la musica, che speravo continuasse dopo le medie, e invece no. Timida, circondata da poche amiche vere, ma che poi sono rimaste nel cuore, e da tante oche, attraversai quel periodo da "strana", perchè un pò diversa dalla massa. Immersa nelle favole di druidi di Shannara e i racconti di viaggi nel tempo, tra uno schizzo e un walkman e cuffie sotto le coperte. Qualche serata con lo sguardo verso il soffitto a chiedersi quando, e come, e dove. Sempre troppe domande. Ci ripenso ora, mentre preparo verifiche e mi studio le leggi dell'universo, e tento di descrivere diedri e prismi regolari. E scopro la transizione da una ragazzina che gioca a  fare la donna a..qualcos'altro. Li guardo, quindici anni dopo, diversi. Ci ho messo un bel pò ad aprirmi, io. A tirar fuori, a ricucire e a condividere. Ma la vita ti mette davanti una serie di situazioni, eventi, persone, ostacoli. E tu te li prendi tutti, e a seconda di come vengono, ti lasci sfiorare, investire, ribaltare, permeare. E ora?

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Ora si vive. Basterebbe la luce di una candela per dissolvere la nebbia tra due volti, e farli incontrare. Per un attimo o per sempre. Riconoscersi. Pugnali? Lame affilate? Eh. Stasera c'è una luna incredibile. E il gelo si scioglie lentamente, e i giorni corrono, ora. Lasci la scia ovunque, tra le pieghe delle parole, dette e non dette, tra le gocce di nebbia la mattina, tra i pennelli del trucco, tra le briciole di biscotti. Nel gesso che sporca ogni cosa, nelle tracce di caffè sul fondo della tazzina, tra la cenere e qui. Nel cuore.

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martedì, 22 gennaio 2008 - 08:29

cartier bresson

seduto con le mani in mano
sopra una panchina fredda del metro
sei lì che aspetti quello delle 7.30 settetrenta chiuso dentro il tuo palteot (si scrive così!)
un tizio legge attento le istruzioni sul distributore del caffè
e un bambino che si tuffa dentro a un bignè
e l'orologio contro il muro segna l'una e dieci da due anni in qua
il nome di questa stazione è mezzo cancellato dall'umidità
un poster che qualcuno ha già scarabocchiato dice "Vieni in Tunisia"
c'è un mare di velluto ed una palma e tu che sogni di fuggire via...
di andare(eeeeeee) lontanooooo lonta-aaa-aaa-aaaaaaa-nooooo
andareeeee.... lontano lontaaaaaaaaaaaano...
e da una radiolina accesa arrivano le note di un'orchestra jazz
un vecchio con gli occhiali spessi un dito cerca la risoluzione a un quiz
due donne stan parlando con le braccia piene di sacchetti dell'Upim
e un giornale è aperto sulla pagina dei films
e sui binari quanta vita che è passata e quanta che ne passerà
e due ragazzi stretti stretti che si fan promesse per l'eternità
un uomo si lamenta ad alta voce del governo e della polizia
e tu che intanto sogni ancora sogni sempre sogni di fuggire via......
di andare lontano lontano andare lontano lontano...
sei li che aspetti quello delle 7,30 chiuso dentro il tuo paletot
seduto sopra una panchina fredda del metrò
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domenica, 20 gennaio 2008 - 21:17

Ovvero, Mantova. Sveglia decente, quattro chiacchiere davanti ad un cappuccino e una fetta di pandoro, altre quattro prima di cominciare a carburare, e poi di corsa, un treno e via. Dicono sia carina, e in ogni caso bisognerà pure guardarsi un pò intorno, fuoriporta, quindi, si va. Come sempre, io posto finestrino, non posso farne a meno, come del verso di marcia del treno: non amo molto viaggiare a ritroso. Fuori: nebbia, nebbia ovunque, paesi e nebbia, campagne e nebbia. Lo sguardo si perde, poi cattura in un attimo il volo di un airone, ancora, alle fermate, fotografa fecce e fisionomie, tanto per non restare così, inattivo. La mente, un congegno strano, sempre in movimento, filo diretto col cuore che oggi è già stanco. Ma si va. Fermata intermedia, scendi e cambia, in una stazione fantasma, senza numeri di binari sul tabellone delle partenze, e nell'attesa che si fa? magari tentare di pesarci su una bilancia dell'800 sfruttando un 20 cent? ok. NO, questa bilancia DECISAMENTE va male. Ovviamente, segna qualcosa in eccesso. Ok, il treno arriva, si riparte, in questo togli-il-cappotto-metti-il-cappotto. Giungiamo a destinazione. Ora di pranzo, ormai, una nebbia che avvolge le case e un silenzio, nessuno per strada, e una fame bestia. L'impatto non è decisamente dei migliori, ecco. Ma raggiunto il centro la situazione cambia, e tra chiese e palazzi ducali si comincia la maratona delle foto stupide, scattiamocela così scattiamocela colì. Decine di foto, prima io poi la vale, poi la mari, poi io e vale insieme, in piedi sulla panchina, e dietro l'albero, e davanti al lago. Il lago, avvolto nella nebbia. Un ponte, verde, sul lago. Sul vuoto. Un pò di anatre, un germano reale. Gente col cane, ragazzini chiassosi, coppiette sbaciucchianti. Troppe. Un caffè. Il pomeriggio scende lento, mercatino dell'antiquariato, un paio di flashback talmente lontani nel tempo da sembrare surreali. Mia nonna? Quella nonna? Non può andare così a ritroso la memoria, non così. Vinili vecchi e scarpe e borse, collane, tazze da the scheggiate, odore di qualcosa di antico e sfocato. Odore di corse in cortile, di pane e olio, di domande curiose e di vezzi. Ma troppo lontani. Il pomeriggio prosegue, il buio sta scendendo. Attenzione, Sil, è domenica. Fisiologico che arrivi quel velo di tristezza, come sempre, da anni ormai. Come una piccola morte ogni volta. Un finesettimana che finisce, portandosi con sé la stanchezza di sei giorni e già lì che si lancia felino verso altri sei. Lezioni, consigli, sveglie all’alba, pomeriggi freddi. È che ti senti in certi attimi, disperatamente sola in questo cazzo di posto. Ed ecco che il velo diventa coltre. È un attimo. C’è nessuno? No, non c’è nessuno. Ci sei tu. Cammina, su. Mica ti puoi fermare. Ti guardi a destra e a sinistra, vedi sì, la nuvoletta di pace e di calore, e tu in mezzo che diventi un iceberg. Non mi toccate, non mi parlate. Il cuore si ferma, il respiro pure, boccheggi, ecco, e da qualche parte sbuca fuori quella sensazione, la stessa di quando stavi per fare un esame. Ci giurerei che qualcuno, perfettamente sconosciuto, me l’abbia letta negli occhi. Lasciatemi stare, a dimenarmi in gabbia. Negozi? Spese? Uff. Finisce che la butto su di un paio di dolci e una cioccolata con panna, nell’attesa che le lancette facciano il loro dovere, che il treno arrivi in orario, che l’autobus si muova, infine quella benedetta rotellina dei riscaldamenti. E sta per finire un altro week end… cantavano gli 883, e io, beh, stasera non è che abbia tanta voglia di cantare. Me ne resto qui mimetizzata nel grigio-nebbia, in stand-by. 'notte...

adoro questa canzone..

 

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Fly
domenica, 20 gennaio 2008 - 11:51

Come far volare un aquilone. Se è di quelli grandi, quelli seri, non è mica facile. La bambina dai capelli rossi lì sul prato, a piedi nudi. Così correva meglio. Quella mattina aveva deci so che ci sarebbe riuscita. Era il momento giusto, e il vento (leccatina di dito, uhm) sì, era il vento giusto.

Ci ho provato una volta, ma nulla. il vento giusto, devi trovare. poi correre, tanto, e tirarlo su al momento opportuno. Sentire il vento, tirarlo su, permettergli di prendere quota. E poi. Se non stai attento comincia a roteare su se stesso. Oppure fa un paio di balzi e ripiomba giù. Tu l'osservi dal basso, speranzosa, col sole che ti va negli occhi, e lui wwhhoom whooommmmm, paf, ricade. Ritenti. No, stavolta non hai corso abbastanza. Di nuovo, lo prendi, dal verso giusto, lo sollevi, corri. Lui si lascia guidare ma te devi essere capace. Leggero, deve riempirsi di aria, sollevarsi altissimo, trovare i suo spazio, planare, e poi lì devi lasciarlo libero, correndo con lui, e tenendolo d'occhio da giù. Gonfio di colori e di luce. Rido. Guardo col naso in su schermandomi gli occhi per il troppo sole. Cos'è, una lacrima? no, sarà il sole accecante. Quanto volerà? E chi lo sa. Potrebbe sfuggirmi di mano, ma inutile avvolgere il filo tante volte attorno al polso. Lui intanto vola, è qui per questo. lo tengo tra le mani e volo con lui.

girl

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sabato, 19 gennaio 2008 - 18:38

"Le ipotesi sono soggette ad una sequenza di deduzioni che possono portare, se si segue la giusta strada, ad un inequivocabile risultato: una prova. Anche se l'indiscutibilmente vero esiste solo in matematica e non è applicabile alla vita"
     John Madden.

proof-kanit-poster"Proof" - che letteralmente significa dimostrazione, prova inconfutabile - è la storia del dramma familiare di una ragazza (la Paltrow) che ha lasciato gli studi per stare accanto al padre malato, un geniale matematico (interpretato da Anthony Hopkins) vittima da ventisette anni di una terribile malattia degenerativa che colpisce il cervello. Abituata ad una vita quasi da reclusa, a passare spesso i suoi giorni a letto senza mai alzarsi, Catherine si ritrova letteralmente in un altro mondo quando suo padre viene a mancare. A riportarla alla vita reale saranno sua sorella Claire (Hope Davis), piombata a Chicago per i funerali ma in primis per portarla con sé a New York, e Hal (Jake Gyllenhaal) uno studente del professor Robert che si innamora pazzamente di lei. E' difficile però far uscire dal suo guscio una persona che non riesce più a distinguere la realtà dal ricordo, il presente dal passato, e il vero dal falso. Catherine crede di essere pazza come suo padre, o quanto meno crede di essere sulla buona strada per diventarlo...

Rapporto padre-figlia, matematica e amore. Lei lascia tutto per prendersi cura di un padre sempre più matto, che scrive libri su libri, delle più totali assurdità. Non crede per niente in sè stessa: lui invece sì, la condurrà per mano verso la conquista di sè. Come? attraverso l'amore, e in modo disarmante. Aprendole semplicemente il suo cuore. Sarà pazza anche lei? Destinata a "dare i numeri" per il resto della sua vita? Chissà. Intanto imparerà a capire il suo talento, e sì, faranno un pò di strada insieme, poi chissà.

Ora cosa vuoi?  - io voglio stare con te, voglio soltanto passare quanto più tempo possibile con te.

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